Vestaglia aperta casa vuota masturbazione selvaggia

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Il primo pomeriggio filtra dalle persiane di legno scrostate, luce obliqua che taglia il letto sfatto. Io mi siedo sul bordo, vestaglia grigio perla aperta sui fianchi, piedi nudi sul parquet freddo. Il bicchiere di Negroamaro è sul comodino, mezzo pieno, condensa che scivola giù. Sento la lingua amara di caffè mista al vino. Le dita scivolano tra le pieghe della figa, già bagnata. Non ho fretta. Il fonico chiede silenzio prima del battito, io alzo lo sguardo verso la telecamera in alto a sinistra. Decido io quando parte la scena. Comincio con due dita dentro, lente, profonde. Poi accelero. Il pollice sfrega il clitoride in cerchi stretti. Sudore sulla fronte, respiro corto. La vestaglia scivola via da una spalla. Mi appoggio all'indietro, gomiti sul materasso, culo sollevato. La mano va giù dura, ritmo serrato, nocche che sbattono sul monte di Venere. Diffusione 1/4 sul primo piano, inquadratura stretta sulle dita che entrano ed escono. Gemo, la bocca aperta, lingua che sfiora il labbro. Stringo le cosce, trema tutto il corpo. Un brivido lungo la schiena, poi l'onda. Vengo con un gemito strozzato, schiena inarcata, piedi che si aggrappano al pavimento. Rimango lì, ansimante, la figa che pulsa. Le chiavi della Vespa sono sul tavolo della cucina, moka stretta sul fornello. Io mi giro verso la cinepresa, occhi lucidi, sorrido. La mano torna su, raccoglie il liquido, lo porta alla bocca. Sapore salato, caldo. Fiato ancora corto. Il ciak finisce. Io mi alzo, lentamente. La vestaglia cade a terra. Rimango nuda, in piedi. La luce cambia. Nessuno parla. Io decido quando ricomincia.