Mora sola in appartamento vuoto masturba intensamente
Appartamento vuoto al secondo piano con persiane di legno scrostate mezze abbassate. Luce grigia della tarda mattinata filtra tra le stecche, colpisce il letto sfatto con lenzuola di cotone Bassetti spaiate macchiate di sudore vecchio e nuovo. Una vestaglia color salvia giace abbandonata ai piedi del materasso molle dove la mora si sistema con movimenti misurati ma decisi. I capelli corvini cadono sulla clavicola mentre slaccia la cintura e lascia che il tessuto scivoli via scoprendo i seni pieni con capezzoli turgidi già bagnati dalla saliva delle prime carezze orali autoinferte poco prima fuori campo. Il rubinetto del bagno gocciola in continuazione un ticchettio metallico che copre appena il respiro pesante registrato dal lavalier nascosto sotto il reggiseno buttato sulla sedia accanto alla libreria Ikea malferma. Tre telecamere fisse, una principale Canon EOS R5 con obiettivo 85mm aperto a f/2.8 puntata dritta sul monte pubico rasato lucido di lubrificante a base d'acqua trasparente viscoso che cola lungo le grandi labbra gonfie, seconda camera laterale GoPro Hero11 posizionata sul comodino tra un bicchiere mezzo pieno di Negroamaro e uno smalto rosso scheggiato abbandonato sopra una rivista porno francese vintage, terza camera posteriore fissata allo specchio inclinato che riprende dall'alto la curva della schiena arcuata come un arco pronto a scagliare frecce nel vuoto della stanza senza eco né pietà né risposte ma solo occhi meccanici implacabili che divorano ogni spasmo muscolare involontario quando due dita entrano fino alle nocche mentre il pollice lavora frenetico il clitoride tumefatto gonfiandolo come una vespa pronta a pungerla dal dentro fuori facendole sbattere i talloni contro la rete metallica del sommier cigolante al ritmo imposto da lei stessa perché è lei che sceglie il ritmo ed è sempre stata lei fin dal primo ciak quando ha firmato il rilascio davanti alla cinepresa fermandosi un attimo per sistemare gli orecchini a cerchio dorati prima di dire ok andiamo avanti senza bisogno di prove né pause né permessi richiesti o negati perché qui non serve chiedere niente se non ascoltare quel suono umido insistente dei palmi fradici che impastano figa fradicia mentre le anche sobbalzano indipendenti dal cervello ormai spento acceso solo dai nervi spinali in sovraccarico elettrico fino all'orgasmo violento breve silenziato da un morso all'avambraccio sinistro dove resta impressa la dentatura perfetta nella carne tenera subito dopo lo stop gridato dal fonico che chiede silenzio prima del battito finale registrando però ancora per due secondi buoni lo sgocciolio ostinato dell'acqua nel lavandino sporco.