Vestaglia aperta sola dita nella figa al mattino

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Appartamento al terzo piano, luce grigia dell'alba filtra dalle persiane di legno scrostate. La mora entra in camera da letto, vestaglia color salvia aperta sul davanti, piedi nudi sul parquet freddo. Si siede sul bordo del letto, gambe larghe, spalle indietro. Uno specchio inclinato fissa l'angolazione dal basso. Il fonico chiede silenzio prima del battito. Lei sceglie il ritmo. La mano destra scivola tra le cosce, dita che affondano nella figa bagnata. La sinistra stringe un seno, pollice sul capezzolo scuro. Il respiro cresce, spezzato, irregolare. Un rubinetto gocciola in bagno, goccia ogni sei secondi, suono metallico nell'aria ferma. La luce ottanio del neon sul comodino illumina il velluto del cuscino, la rete nera delle calze fermate con laccio. Diffusione 1/4 sul primo piano. Ogni movimento è calcolato, lento, profondo. Sudore sulla fronte, collo, tra le scapole. La bocca aperta, lingua che sfiora il labbro inferiore. Le dita accelerano, artigliano, strappano gemiti bassi. Il bacino si solleva, spinge contro la mano. Un'onda lunga, silenziosa, attraversa il corpo. La moka stretta sul fornello in cucina inizia a fischiare. Lei chiude gli occhi. La vestaglia scivola via. Il silenzio dopo è pieno di respiro. La cinepresa continua a girare. Tre telecamere fisse, una sul comodino. Il lavalier nascosto sotto il cuscino registra ogni ansimo. Lei annuisce. La scena va. Un'ora dopo, il cielo è chiaro. Nessuno parla. Il telefono vibra sul tavolo, notifica WhatsApp in pausa. Le chiavi del Vespa ancora in tasca. Il letto disfatto, lenzuola macchiate. Lei si alza, nuda, va verso la doccia. L'acqua si accende. Il vapore sale. La cinepresa spegne.