Matrigna in cucina con vestaglia aperta e calze

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Cucina di appartamento al secondo piano, luce bianca di alba filtra dalle persiane di legno scrostate. Io mi piego avanti, cerco l'angolo giusto per non far cadere la vestaglia color salvia. Le calze 70 denari mi tirano sulla coscia destra, trattenute da un giarrettiere di pizzo nero. Fuori, uno scooter si accende sotto le finestre. Dentro, il silenzio è rotto solo dal gocciolio del rubinetto. Dal. Mio fiato corto. Ho i capelli incollati alla guancia, sudore sulla nuca. Lui mi afferra per i fianchi, spinge contro di me. Sento il suo cazzo duro attraverso i pantaloni, preme sul mio culo. Io non mi muovo, aspetto. Poi scelgo il ritmo, spingo indietro. La vestaglia scivola, resta appesa a un polso. Lui mi slaccia il reggiseno, lo butta sul tavolo dove ci sono le chiavi della Vespa. Una. Notifica WhatsApp in pausa. Il lavalier nascosto sotto il reggiseno registra ogni respiro. Mi giro, mi inginocchio. La cerniera dei suoi jeans stride. Glielo prendo in bocca, sento il sapore di sale e cotone lavato male. Lui ansima, afferra i miei capelli con cautela. Io aumento la pressione, succhio forte. Poi torno in piedi, mi appoggio al piano cottore, palme aperte. Lui entra da dietro, lento. Sudore sulla spalla, bassi attraverso il muro, la mano di lui alla gola. Io annuisco. La caffettiera vuota sul fuoco fischia un suono vuoto. Il colore grigio perla delle piastrelle riflette la luce del primo sole. Ogni spinta è più profonda. Vengo con un brivido secco, senza rumore. Lui viene subito dopo, caldo dentro di me. Restiamo fermi, fronte al muro. Nessuno parla. Il silenzio torna. Fuori, qualcuno chiude una finestra.