Matrigna padrona di casa in cucina mattutina

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Cucina di appartamento borghese al secondo piano con luce grigia del mattino presto che filtra dalle persiane accostate. La matrigna entra scalza dopo aver lasciato la vestaglia color salvia sulla sedia del tavolo da pranzo. Indossa solo calze a rete nero opaco e un perizoma in pizzo macramé stretto tra le natiche. Si china verso il lavandino per bere un sorso d'acqua dal bicchiere mezzo pieno rimasto dalla sera prima. Il riflesso nel vetro mostra i capezzoli turgidi sotto la canottiera bagnata all'altezza dei seni pesanti. Lui appare sulla soglia del corridoio con lo sguardo fisso sul collo delle cosce dove le calze finiscono e la pelle nuda comincia. Lei non si gira subito ma inclina leggermente la testa come segnale silenzioso di invito diretto alla telecamera fissa montata su treppiede nell'angolo opposto rispetto alla finestra principale - presa al primo ciak senza prove precedenti - macro sull'unghia rossa che traccia il bordo del bicchiere mentre lui avanza lentamente alle sue spalle fino a premersi contro i glutei sodi separati dal tessuto elastico delle mutande contenitive che scendono lungo l'inguine sinistro quando solleva una gamba per poggiarla sul bordo inferiore dell'armadietto basso sotto il lavello - fuoco manuale impostato sull'obiettivo Canon EF 85mm aperto a f/2.8 per massima profondità ridotta - sudore sulla tempia destra malgrado la temperatura ambiente controllata dai termosifoni spenti da ore - lei sceglie il ritmo abbassando gradualmente le mutandine oltre le ginocchia piegate mentre emette un gemito strozzato soffocato dal palmo della propria mano libera appoggiata ora sulla fronte sporca di trucco residuo degli occhi anneriti dal kajal secco accumulatosi nelle rughe precoci agli angoli esterni dello sguardo perso verso l'alto sopra lo scaffale vuoto dove manca solo una bottiglia di amaro Meletti portata via chissà quando - boom microfonico posizionato venti centimetri sopra la scena registrando ogni respiro accelerato ogni striscio umido delle dita tra le grandi labbra gonfie illuminate lateralmente da softbox singolo posto a quarantacinque gradi rispetto alla fonte naturale proveniente dalla finestrella opaca del bagno attiguo dove poco prima qualcuno ha urinato lasciando tracce visibili ancora fresche intorno all'orlo interno della tazza bianca circondata da piastrelle beige consumate negli spigoli inferiori vicino al pavimento freddo su cui ora giacciono entrambi distesi uno addosso all'altro con movimenti rotatori decisi, continui scanditi dai tonfi secchi dei corpi uniti nella penetrazione profonda assistita da lubrificante trasparente applicato direttamente con indice destro immerso fino alla seconda falange dentro la figa dilatata pulsante ad ogni affondo vigoroso ripreso dall'alto tramite steadicam guidata manualmente lungo un binario cortissimo sistemato provvisoriamente fra porta, mobile frigorifero spento acceso solo internamente grazie al timer programmabile settimane fa prima dell'inizio effettivo delle riprese vere e proprie terminate ufficialmente alle sei e diciassette minuti precise quando lei chiama stop voltandosi verso obiettivo principale annuendo brevemente senza parlare né sorridere né cambiare espressione apparentemente stanca ma soddisfatta.