Matrigna disperata in cucina durante pausa pranzo

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Cucina illuminata dalla luce opaca dell'una sotto persiane semiabbassate color tortora. Una caffettiera vuota brucia lievemente sul fornello acceso da troppo tempo, mentre la matrigna preme le nocche contro lo spigolo del lavello. Indossa solo una vestaglia color salvia slacciata fino all'ombelico, gambe nude appoggiate su piastrelle fredde. Lui arriva alle sue spalle dal corridoio buio, scarpe ancora addosso, uniforme blu scuro stropicciata con bottoni mezzi aperti. La afferra alla gola senza stringere troppo, pollice sotto la mandibola, e lei inclina il capo all'indietro come un respiro trattenuto finalmente rilasciato. Il primo piano ha diffusione 1/4 sul primo piano per ammorbidire i pori ma non cancellare le rughe ai lati degli occhi quando ride nervosa. Lei sceglie il ritmo e abbassa lentamente i fianchi finché non sente il cazzo premere tra le natiche attraverso i boxer umidi. Poi decide tutto d'un fiato, si volta, lo spinge contro il tavolo della colazione dove restano due tazze sporche e un pacchetto di sigarette spento. Cavalcata immediata, ginocchia larghe sul pavimento rigido, gonna dell'uniforme arrotolata in vita. Spinge forte in avanti ogni volta che scende giù, sbatte le palle contro osso pubico con rumore secco registrato benissimo grazie al microfono lavalier nascosto sotto il reggiseno bucato. Sudore sulla fronte, labbra gonfie dopo venti minuti esatti di riprese continue senza taglio. Il fonico chiede silenzio prima del battito finale perché c'è traffico fuori dalle finestre del secondo piano. Ora di pranzo passata da dieci minuti ma nessuno dei due mangia.