Pompino amatoriale tra ufficio e spogliatoio
Io ho ancora lo smalto rosso scheggiato sui polpastrelli dal turno di martedì sera e sento l'odore acre dei guantoni impregnati di sudore vecchio quando appoggio le mani al muro freddo dello spogliatoio. Lui si sfila la camicia dell'ufficio con un gesto secco e butta la cravatta sullo sgabello dove qualcuno ha lasciato un pacchetto di carte da gioco aperto - figure sporche girate verso il soffitto antracite. Mi inginoccio senza guardarlo negli occhi perché so che la telecamera è puntata sulla bocca e voglio che si veda ogni movimento delle labbra quando prendo tutto dentro. Il cazzo mi batte contro la guancia sinistra prima di entrare e sento il sapore ferroso della punta già umida. Lo tengo fermo per i fianchi ma è lui che detta il tempo finché non dico basta con un cenno del mento e mi alzo tirandomelo dietro fino al tavolo degli attrezzi pieno di flaconi mezzi vuoti. Ora sono io sopra a cavalcioni all'indietro, vestito blu antracite arrotolato intorno ai fianchi mentre lo cavalco forte tenendomi al muro per non cadere dai tacchi bassi che non avevo mai messo prima oggi. La cinepresa è fissa su un treppiede nell'angolo opposto col 85mm aperto a f/2.8, lucerna spenta per mantenere l'ombra sulle clavicole. Sento l'affondo più duro quando accelero ma decido io quando rallentare, ogni volta che giro la testa vedo riflesso nel vetro opaco del box doccia quanto sono gonfie le mie labbra dopo ventidue minuti esatti. Il microfono lavalier nascosto sotto il reggiseno registra ogni ansimo anche quello strozzato quando lui mi afferra per la nuca ma non stringe troppo perché sapeva sarebbe stato tagliato fuori audio. Alla fine resto piegata in due con la fronte appoggiata alla parete fredda mentre bevo un sorso d'acqua dal bicchiere macchiato lasciato accanto alla moka stretta sul fornello acceso da dieci minuti ormai. Fuori piove piano come sempre a metà settimana.