Vestaglia panna. Cavalcata. Esperta di mezz'età

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Martedì pomeriggio in un appartamento al secondo piano con persiane di legno scrostate mezze chiuse. Un bicchiere di Negroamaro mezzo vuoto accanto alla chiave di casa sul comodino. La sessantenne entra dal terrazzino con la vestaglia panna aperta addosso, piedi scalzi sulle mattonelle fredde. Si siede sul bordo del letto dove il ragazzo aspetta sdraiato. Il primo piano inchioda gli occhi spenti che si accendono quando lei prende il cazzo in mano senza fretta. Softbox a 45 gradi illumina la polvere sospesa nell'aria mentre lei monta lentamente, calando la figa sulla punta dura. Inquadratura bassa dal pavimento mostra le cosce tremare sotto lo sforzo controllato. Sudore sulla fronte, mani sui fianchi di lui a guidare l'affondo preciso ad ogni spinta verso l'alto. Il fonico chiede silenzio prima del battito successivo ma nessuno risponde perché ormai è tutto corpo. Fiato. Corto tra i denti serrati e i capezzoli tirati tra le dita libere mentre lei sceglie il ritmo accelerando fino allo sbocco caldo che cola lungo la fessura pelosa dopo aver urlato 'daje'. Lenzuola macchiate vicino alla caviglia sinistra dove una calza a rete si è arrotolata durante la presa al primo ciak. La camera fissa sul comodino riprende lo smalto rosso scheggiato sfregare contro il vetro dell'orologio da polso abbandonato sopra un maglione beige piegato male. Lei annuisce appena prima che finisca, poi si lascia cadere su un fianco respirando forte col seno destro fuori dalla stoffa logora. Silenzio rotto solo dai bassi attraverso il muro del vicino. Un cambio d'abito rimane appeso alla maniglia della porta socchiusa.