Vestaglia aperta casa di campagna calze scure
Cucina di casa di campagna dopo cena. La moka stretta sul fornello fischia piano. Lei si alza, vestaglia color salvia slacciata, piedi scalzi sulle piastrelle fredde. Il cavo del caricabatterie penzola dal letto, arrotolato tra le lenzuola. Si siede sul bordo, gambe aperte, calze 70 denari che scendono sulle caviglie. Lui entra, si inginocchia senza parlare. Lei afferra la sua testa, spinge il cazzo in bocca. Pompino lento, poi accelerato. Il regista cambia angolo a metà, sposta la steadicam dal letto alla porta. Tre ciak, nessuno stacco. Lei sceglie il ritmo, guida i movimenti con le mani sui suoi capelli. Lui geme, sborra sulle cosce, schizzi sulle calze. Lei si pulisce con un lembo della vestaglia. Poi lo fa sdraiare, monta a cavalcioni, lo infila fino in fondo. Sudore sulla fronte, respiro corto. Il pubblico osserva da dietro la porta socchiusa, nessun suono. Luce calda dal comodino, diaframma aperto a f/2.8. Lei ansima, stringe i denti, viene in silenzio. Lui cerca di toccarle il seno, lei allontana la mano. Fine della scena. Nessun abbraccio. Solo il rumore della moka che smette di fischiare. Lei si alza, sistema la vestaglia, spegne la luce. Tre macchine fisse, una sul comodino, una sul pavimento, una davanti alla porta. Il lavalier nascosto sotto la vestaglia cattura ogni respiro. Orecchini a cerchio dorati dondolano a ogni movimento. Lei firma il rilascio davanti alla telecamera, dice 'questa va'. Nessun altro ciak. Sudore sulla spalla, bassi attraverso il muro, la mano di lui alla gola. Lei annuisce. Calze macchiate, vestaglia aperta, cintura allentata. Nessun dialogo. Solo respiri, gemiti, il letto che scricchiola. Il fonico chiede silenzio prima del battito. Lei chiama lo stop. Si alza, va in cucina. Beve un bicchiere d'acqua. Il cavo del caricabatterie resta sul letto, arrotolato come un serpente. Nessun contatto visivo. Solo il buio che scende.