Vestaglia avorio letargo mattutino comando femminile
Lampadina nuda sopra il comodino accende l'ombra delle travi a vista mentre la vestaglia color avorio scivola giù dalle spalle larghe. Il telefono in carica sull'armadio lampeggia verde ogni dieci secondi ma nessuno lo guarda. Lei sistema il cuscino sotto i fianchi - blocco uno - e lui si inginocchia tra le cosce aperte con le mani sui polpacci tesi. Sudore sulla fronte già prima del primo contatto vero. La cinepresa fissa dal basso coglie il mento sollevato quando lui entra senza fretta ma senza esitazione. Ogni battito ha un richiamo, ginocchia che scivolano più larghe, respiro spezzato contro la spalla destra, dita che afferrano il lenzuolo stinto ai bordi. Al terzo minuto il regista cambia angolo a metà frase visiva - macchina due prende dall'alto con softbox a 45 gradi - e lei dirige l'angolazione inclinando appena la testa verso sinistra per nascondere un neo sotto l'orecchio destro. Il ritmo sale ma resta misurato come se fosse provata da giorni interi nella stessa stanza buia dove la moka stretta sul fornello bolle da ventidue minuti senza che nessuno vada a spegnere il gas. Un capezzolo lucido batte contro un anello d'acciaio freddo ogni volta che lui piega le braccia per affondare più forte ma non troppo forte perché sa cosa vuole quella bocca serrata finché non urla piano 'ancora'. Tre telecamere registrano tutto però solo una riprende gli occhi chiusi dopo lo sborrare lungo e caldo sulla pancia piatta nonostante i sessanta inverni passati fuori dalla finestra dove sta arrivando l'alba pallida tra le persiane mezze rotte di legno grezzo dipinte male nel '98 e mai sostituite.