Nonna tettona in albergo corna spudorata

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Secondo piano di un albergo fuori mano, persiane di legno scrostate semiaperte, luce dorata dell'ora dell'aperitivo filtra tra le fessure. La nonna tettona indossa una vestaglia color ruggine, logora sulle maniche, slacciata fino all'ombelico. Lui entra dalla porta, chiavi del Vespa ancora in tasca, la bacia con pressione costante. Lei risponde con la lingua, le mani aperte sulle sue spalle. Il fonico chiede silenzio prima del battito. Tre macchine fisse, una sul comodino riprende da sinistra. Diffusione 1/4 sul primo piano, luce calda che sfuma i contorni. Lei sceglie il ritmo, si gira sul letto, ginocchia piegate, schiena inarcata. Lui spinge forte, lei regge, non cede. Inquadratura stretta sui fianchi, pelle vissuta che trema a ogni colpo. Sudore sulla spalla, bassi attraverso il muro, la mano di lui alla gola. Lei annuisce. Caffettiera vuota sul fuoco, moka stretta sul fornello, nessuno la tocca. Orecchini a cerchio dorati dondolano a ogni movimento. Lui tira fuori, si inginocchia, le spinge la testa giù. Pompino profondo, rumore di gola, lei non resiste. Poi ritorna dentro, da dietro, spinge fino in fondo. Lei legge il tempo, non accelera. Finale senza sborrata in faccia, lui si ritira, lei si gira, sorride appena. Scena solida, non piatta. Vende l'esperienza, non l'illusione. Comando misurato, gesti precisi. La vestaglia cade a terra, smalto rosso scheggiato sul dito anulare. Tutto regge. Inchioda l'attenzione. Non tira fuori cliché. Legge il desiderio reale. Veste il ruolo senza maschera. Chiude con silenzio. Non urla. Non finge. Non esagera. Resta ferma. Respira. Ascolta. Poi spegne.