Vestaglia antracite. Pompino. Esperto in camera da letto
Martedì pomeriggio silenzioso nell'appartamento al secondo piano. Una vestaglia consumata antracite giace abbandonata sulla sedia accanto al letto sfatto. La cucina resta vuota tranne che per una moka stretta sul fornello spento da ore. Passi scalzi risuonano nel corridoio corto rivestito di linoleum ingiallito. Lei entra in campo con movimento deciso, ginocchia che toccano terra prima ancora che lui si slacci la cerniera. Il primo piano è su fuoco manuale - lente Canon EF da 85mm aperto a f/2.8 - centrato sui polsi mentre le manette di raso restano intatte sopra la testiera imbottita. Lui respira forte ma non parla mentre lei prende il cazzo in bocca fino alla base senza esitazione né pause imposte dalla regia. Sudore cola dal collo lungo lo sterno chiaro sotto la luce calda filtrata dalle persiane semiabbassate di legno scrostato. Tre macchine fisse registrano, una frontale fissa, una laterale su cavalletto basso, una terza nascosta tra i libri dello scaffale pieni di vecchie edizioni Mondadori con copertine sbiadite dal sole estivo precedente all'estate attuale dove un asciugamano umido per terra assorbe gocce cadute dai capelli dopo la doccia appena terminata poco prima dell'inizio delle riprese vere. Proprie. Quando il fonico ha chiesto silenzio totale prima del battito ufficiale dopo aver verificato l'alimentazione dei microfoni wireless nascosti sotto il materasso stesso dove ora scorrono saliva e respiro accelerato mentre lei sceglie il ritmo e guida l'angolazione tirando leggermente all'indietro costringendo la seconda telecamera a zoomare manualmente seguendo la pressione delle labbra intorno alla punta gonfia del cazzo che pulsa sempre più rapido finché lui sborra senza strofinare nulla sul visaggio femminile perché non richiesto né concordato durante la firma del modulo rilascio firmato davanti alla cinepresa principale dieci minuti prima dell'inizio effettivo della scena vera e propria dove ogni gesto resta autonomamente guidato dall'intenzione reciproca mai forzata neppure nei momenti più intensi come questo ultimo gemito soffocato appena registrato dalla terza unità audio-video posizionata strategicamente sopra il comodino sinistro vicino ai cerotti usati gettati via distrattamente dopo essere stati provati brevemente per simulare dolore assente nella narrazione reale mai interpretata ma semplicemente vissuta secondo quanto documentato nelle registrazioni originali prese al primo ciak senza bisogno di ripetizioni successive perché tutto scorre naturale come acqua calda versata lentamente su carne tesa fino allo svuotamento completo seguito subito dopo dal distacco fisico netto degli orifizi orali dagli organi genitali maschili sudati e lucidi riflessi nella penombra residua lasciando solo un lieve odore acre mischiarsi all'aroma antico del caffè rimasto freddo nella tazza bianca sporca appoggiata sopra uno stipetto malfermo vicino alla porta socchiusa che dà sul terrazzino interno dove nessuno andrà oggi perché oggi non serve altro se non pace dopo orgasmi preservati soltanto per memoria visiva destinata ad archivio definitivo.