Sessantenne esperta domina camera padrona pecorina

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Martedì pomeriggio nell'appartamento al secondo piano con persiane semiabbassate che filtrano la luce ambra sui mobili laccati. Camera da letto matrimoniale con specchio a figura intera incardinato alla parete opposta al letto sfatto. Sul comodino una tazza di caffè freddo e un accendino d'argento vicino al cellulare spento. Chiavi della Vespa sul tavolo rotondo insieme a un foulard di seta arrotolato. La sessantenne indossa una vestaglia color salvia tenuta chiusa da una sola cintura annodata all'altezza dei fianchi larghi e vissuti dal tempo ma ancora sodi sotto le mani che li afferrano forte quando lui arriva alle sue spalle, abbassa lentamente la stoffa fino alle braccia nude lasciate libere mentre piega il busto in avanti sulle lenzuola spiegazzate con gesto deciso e lucido come se firmasse un accordo senza discussioni né esitazioni né bisogno di conferme verbali oltre lo sguardo riflesso nello specchio dove si incrociano occhi pieni di complicità calcolata e desiderio controllato dall'inizio alla fine perché è chiaro fin dal primo respiro trattenuto che qui comanda solo lei anche quando è china col culo sollevato verso il soffitto illuminato dalla lampada al neon montata sopra la testiera imbottita rivestita in velluto verde scuro ripresa dal basso con obiettivo 85mm aperto a f/2.8 per cogliere ogni vibrazione muscolare delle cosce serrate attorno ai polpacci dell'uomo che penetra duro ma rispetta il ritmo imposto dalle dita della donna premute contro il cuscino come fossero pulsanti remoti per regolare profondità velocità intensità poi rallenta quando lei dice piano vai piano e accelera solo dopo aver sentito quel sospiro prolungato che precede sempre l'orgasmo vero non simulato mai forzato mai rubato grazie anche al microfono lavalier nascosto sotto il reggiseno vuoto durante tutta la sequenza registrata senza tagli continui senza pause sonore neppure quando qualcuno bussa alla porta del palazzo due piani più giù o quando squilla un telefono morto dentro una tasca abbandonata tra calze a rete strappate e mutande bianche gettate a terra vicino allo zerbino macchiato dove finisce anche la cintura strappata via all'improvviso mentre lui sborra fuori tirando indietro i fianchi sudati su cui cadono gocce pesanti di condensa provenienti dal tubo dell'aria condizionata rotto appeso fuori dalla finestra socchiusa da cui filtra odore di asfalto caldo misto a basilico cresciuto nei vasi traballanti del terrazzino condominiale dove nessuno verrà a disturbare perché oggi non riceve nessuno perché ha detto chiaro prima dello shooting io scelgo quando fermare tutto.