Nonna tettona in bagno all'alba con vestaglia

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Il bagno ha le piastrelle fredde sotto i talloni, la luce dell'alba filtra dalle persiane di legno scrostate. Io mi guardo allo specchio, la vestaglia beige cipria scivola a terra. Non bevo dal bicchiere di Negroamaro lasciato ieri sera sul bordo del lavandino. La cinepresa fissa sullo sgabello di legno riprende tutto, l'85mm aperta a f/1.8 tiene il mio collo e il seno in fuoco mentre il resto sfuma. Sento il calore tra le cosce, le mani salgono lente. Mi mordo il labbro, non per trattenere niente, solo per sentire il fiato corto. Le dita scivolano sotto il perizoma nero, lo tiro da un lato. Il primo tocco è lento, poi due dita entrano, spingono. Io decido quando iniziare, quando accelerare. La schiena si inarca, il seno dondola appena. Sudore sulla clavicola, un brivido lungo la spina. Non guardo più lo specchio, guardo l'obiettivo. Il ritmo cresce, le gambe tremano, il respiro spezzato. Un gemito esce, basso, senza filtro. Poi fermo. Mi alzo, vado alla vasca, mi siedo sul bordo. Allargo le gambe, le mani sui seni. Stringo i capezzoli, piego la testa all'indietro. Il calore sale, il fiato si ferma. Vengo in silenzio, con gli occhi aperti. Resto ferma qualche secondo. Poi mi alzo, afferro la vestaglia. La luce dell'alba ora è più chiara, il bicchiere vuoto ancora lì. Non lo tocco. Esco dal campo, la scena finisce così. Nessun applauso, nessuna parola. Solo il ronzio della telecamera. Io ho detto tutto con il corpo. Il resto non serve. La giornata comincia. Io sono pronta. Il set è pulito. La scena è presa al primo ciak. Non serve ripetere. Non serve fingere. Il calore resta. Il sapore no. Ma non importa. Io ho scelto ogni movimento. Ogni respiro. Ogni pausa. Ogni sborrata dentro di me. Non c'è bisogno di altro. Il mondo fuori aspetta. Io esco. La telecamera resta. Spenta. Fine.