Matrigna tettona in cucina dopo cena con lui

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Cucina di appartamento borghese, piastrelle bianche con bordi in cromo, luce al neon che filtra dalle persiane di legno scrostate. La matrigna entra dopo cena, vestaglia di seta grigio perla aperta sul davanti, seni pesanti che oscillano liberi. Si appoggia al tavolo di legno laccato, gambe divaricate, piedi scalzi sul pavimento freddo. Lui arriva dal salotto, si inginocchia senza parlare, bocca sulla figa rasata. Lei non si muove, solo un respiro profondo, poi afferra i capelli di lui, spinge. La cinepresa fissa da tre metri, softbox a 45 gradi illumina il monte di venere, ombra netta sul collo. Si alza, si gira, si piega sul tavolo, natiche in fuori, dita che si aprono la fessura. Lui entra da dietro, cazzo grosso che scivola dentro con un rumore umido. Spinte lente, poi accelerate. Sudore sulla schiena, mani che scivolano sul legno lucido. Lei si volta, prende il cazzo in bocca, succhia forte, guancia che si infossa. Poi torna in piedi, si siede sulla sedia, apre le cosce, lo invita con un cenno. Lui si inginocchia di nuovo, lingua sul clitoride, dita nel culo. Il lavalier nascosto sotto il reggiseno cattura ogni gemito. Lei sceglie il ritmo, alza un piede, lo appoggia sulla spalla di lui. Un bicchiere d'acqua tremola sul ripiano. Il respiro si spezza, corpo che si tende, poi sborra calda sulle cosce. Silenzio. Solo il ronzio del frigo. Persiane chiuse, notte fuori. Orecchini a cerchio dorati penzolano immobili. Calze a rete strappate ai talloni. Nessun suono oltre il respiro. Lei si riallaccia la vestaglia, senza fretta. Luce grigia del mattino in arrivo. Nessuna parola. Solo il ticchettio dell'orologio a muro.