Calze ruvide nello spogliatoio delle atlete
Mi accorgo dello scooter sotto le finestre mentre mi appoggio al metallo freddo degli armadietti. La luce fluorescente batte sulle nostre ombre distorte lungo i muri sporchi di calcare vecchio. Indosso una maglietta bianca tagliata sui fianchi e lei ha quelle calze a rete nere 70 denari che mi graffiano appena sfiora l'interno coscia. Il microfono pinna sotto la maglia tagliata registra ogni respiro spezzato quando le sue dita trovano il bordo del mio collant strappato. Fiuto sudore acido misto a deodorante economico mentre si inginocchia senza chiedere permesso ma io annuisco lo stesso perché so cosa voglio da ore. Le palme mi tremano contro il pavimento umido mentre tira giù quel tessuto ruvido con i denti e sento il primo morso sulla figa come un pizzicotto violento. Ha gli occhi lucidi e fissi nei miei anche quando piega la testa all'indietro per farmi vedere quanto ne vuole ancora. Il rumore delle docce chiuse risuona nel corridoio laterale insieme allo scampanellio di un cellulare perso tra gli zaini abbandonati. Mi sollevo sulle ginocchia e spingo la faccia tra le sue gambe senza esitare perché ho scelto questo fin dall'inizio del turno mattina presto in palestra dove nessuno ci controlla più dopo le otto. Sento il sapore ferroso della sua fica aprirsi sotto la lingua mentre premo forte con due dita dentro di lei fino a farla gemere col palmo sulla bocca per non svegliare nessuno al piano sopra. Lo scooter vibra appena acceso fuori dalle finestre basse ma nessuna delle due si muove se non per stringersi di più nell'angolo buio dove solo una telecamera fissa vede tutto.