Vedova in cucina con vicina padrona del tono
La cucina ha la moka stretta sul fornello, vapore che esce dal beccuccio, luce del primo pomeriggio che taglia il tavolo di formica. La vedova in vestaglia color salvia si appoggia al lavello, ciabatte di gomma fuori posto sotto il mobile. La vicina, padrona del tono, entra senza bussare, occhi fissi sul collo scoperto, calze 70 denari che scricchiolano a ogni passo. Non parlano. Lei si avvicina, mano destra sul fianco, sinistra che sfila la cintura della vestaglia. Il tessuto si apre, pelle bordeaux sotto il seno, un anello d'oro all'anulare che luccica. La cinepresa fissa in 85mm aperto a f/2.8, campo stretto sulle dita che scendono. Il lavalier nascosto sotto il reggiseno cattura il respiro spezzato. Lei sceglie il ritmo, guida la mano della vicina tra le cosce, spinge il bacino in avanti. Sudore sulla clavicola, un gemito trattenuto. Si spostano al divano, vestaglia a terra, mani nei capelli, bocca aperta sul collo. Poi in piedi contro il muro, la vedova inchiodata, gambe larghe, vicina che tira indietro la testa e spinge forte. Ogni colpo fa tremare il quadro appeso. Il primo piano legge tutto, palpebre chiuse, labbra umide, pugno stretto sul tessuto del divano. La vicina regge il centro, non cede, continua a spingere finché la vedova non trema, non annuisce, non si abbandona. La scena vende il controllo, non la resa. Fine su respiro pesante, luce che scivola via. Nessun suono oltre il respiro, nessun contatto dopo. La vestaglia resta a terra. Il silenzio tira più del cazzo. La scena è piatta, solida, senza fronzoli. Non serve altro. Il payoff è nel gesto, non nella parola. Lei non chiede, lei prende. E lui, ovunque sia, non c'entra niente.