Padrona in salotto con vestaglia panna e perizoma nero
Il martedì pomeriggio entra dalla finestra a persiane di legno scrostate, luce obliqua sul parquet. Io mi siedo sul divano, vestaglia color panna aperta sul seno, perizoma nero tirato di lato. Lui si inginocchia, io sento il calore della sua bocca sulla figa, le dita dentro, il fiato corto. La chiave di casa è sul comodino, vicino al caricabatterie del telefono. Il lavalier nascosto sotto il reggiseno prende ogni ansimo, ogni sfregamento di labbra. Io scelgo il ritmo, gli spingo la testa più giù, stringo le cosce. La cinepresa fissa in 85mm aperto a f/2.8 inquadra il primo piano delle mie mani nei suoi capelli. Lui mi gira, mi piega in avanti, mi sbatte sul tappeto, colpi duri, rumore di pelle. Sudore sulla schiena, voce roca che dice 'ancora', bassi della musica dal telefono sul tavolo. Orecchini a cerchio dorati sbattono contro il collo. Io annuisco, lui accelera, sborra sulle natiche, caldo vischioso. Silenzio. Poi il rumore della moka sul fornello, il Vespa sotto le finestre, una notifica WhatsApp in pausa sullo schermo. Mi alzo, chiudo la vestaglia, non dico niente. Fine ciak. Preso al primo tentativo. Sudore sulla spalla, bassi attraverso il muro, la mano di lui alla gola. Lei annuisce. Il martedì pomeriggio non torna mai uguale. Io mi sento viva, piena, stanca. Nessun bisogno di parlare. La scena è chiusa. Io mi pulisco con un angolo del lenzuolo, bianco, spaiato, di cotone Bassetti. Il tempo scorre. Nessuna fretta. Nessun rimpianto. Solo carne, fiato, sapore di sale. Il martedì pomeriggio è mio. Io lo tengo stretto. Nessun altro lo tocca. Io decido quando finisce. Io decido quando inizia. Io decido tutto. Sempre.