Matricola con calze ottanio dopo la doccia
Bagno di un appartamento condiviso, piastrelle bianche a lisca di pesce, luce al neon che vibra appena. La matricola esce dalla doccia, vapore che si appiccica ai vetri smerigliati. Si asciuga i capelli con un asciugamano liso, poi scivola le calze 70 denari lungo le gambe. Il tessuto rete aderisce alla pelle umida, colore ottanio che contrasta col bianco delle piastrelle. Chiave di casa sul comodino accanto al lavandino, vicino a un bicchiere mezzo pieno d'acqua. Primo pomeriggio, luce grigia che filtra dalle persiane di legno scrostate. Lui entra senza bussare, la prende da dietro, mani sui fianchi. Lei appoggia i palmi allo specchio, il vetro freddo sotto le dita. Il fonico chiede silenzio prima del battito, la cinepresa fissa il riflesso. Sudore sulla nuca, respiro corto, il rumore del rubinetto che gocciola. Lei sceglie il ritmo, guida la penetrazione con piccoli movimenti del bacino. Poi si gira, si siede sul bordo del lavandino, gambe aperte, calze ancora a metà coscia. Lui in ginocchio, bocca sulla figa, dita che allargano le labbra. Lei afferra i bordi del mobile laccato, spinge il bacino in avanti. Un gemito basso, trattenuto. Poi si sdraia sulla vasca, schiena curva, lui che la scopata con colpi secchi. Sudore sulla spalla, bassi attraverso il muro, la mano di lui alla gola. Lei annuisce. La cinepresa in mano, angolazione bassa, luce neon che taglia il volto. Fine della scena, silenzio rotto solo dal gocciolio. Chiavi della Vespa sul tavolo della cucina, mai usate. Orecchini a cerchio dorati caduti nel lavello. Nessun bisogno di parlare. La giornata continua. Il set si spegne.