Diciottenne in vestaglia tortora dopo cena

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Dopo cena, l'aria è pesante, il caldo del forno ancora acceso. Mi infilo la vestaglia tortora, quella leggera che lascia traspirare. Lui mi guarda dal divano, non dice niente, ma lo sento negli occhi. Mi tremano le dita quando mi slaccio la cintura. Il lavalier nascosto sotto il reggiseno capta ogni respiro, ogni sfregamento di tessuto. Ci incontriamo a metà stanza, bocca sulla bocca, lingua che cerca, denti che mordono il labbro. La telecamera fissa in 85mm aperto a f/2.8 coglie il sudore sulla nuca, il battito in gola. Mi piego sul tappeto, ginocchia larghe, culo in alto. Lui entra senza fretta, ma io spingo indietro, lo prendo tutto. Ogni colpo rimbomba nel silenzio del salotto. Sento il pavimento freddo sotto i palmi, l'asciugamano umido per terra che mi sfiora il fianco. Poi mi alzo, vado in bagno, apro l'acqua. Lui mi segue. Mi giro, lo guardo negli occhi sotto il getto. Lui mi afferra i capelli, mi piega la testa all'indietro. L'acqua mi entra in bocca, mi scivola sul collo. Non chiudo gli occhi. Scelgo io il ritmo, decido quando stringere, quando fermarmi. La moka stretta sul fornello fischia piano in cucina. Nessuno va a spegnerla. Il vapore sale, si mescola al nostro odore. Finiamo in silenzio, senza gridare. Solo un gemito soffocato, poi il respiro rotto. Lui esce lentamente. Io resto sotto l'acqua, con la schiena al muro. Il telefono vibra sul lavandino. Non lo guardo. So chi è. Ma non rispondo. Non ancora. Le piastrelle sono fredde sulla pelle. Il sapone scivola giù dal bordo. Non lo raccolgo. Aspetto. Lui mi passa le dita tra i capelli. Non parliamo. Non ce n'è bisogno. Il vapore appanna tutto. Tranne i nostri occhi. Ci fissiamo. E basta.