Selfie italiana in bagno prima della pecorina

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Il vapore del bagno appanna lo specchio mentre mi sistemo i capelli con una mano sola. Il telefono è appoggiato sul bordo del lavandino nero opaco fissato alla parete screpolata. Lo vedo entrare dal riflesso - passo veloce sulla piastrella fredda - e subito sento le sue dita afferrarmi i fianchi nudi. Mi tira indietro contro il suo bacino duro attraverso la stoffa dei jeans strappati al ginocchio. Il mio smalto rosso scheggiato graffia il marmo mentre cerco equilibrio per non cadere dallo sgabello basso che uso come poggiapiedi durante la depilazione settimanale domenica mattina. La sua zip si abbassa rumorosamente prima che io possa parlare ma non serve - so cosa vuole ed è anche quello che voglio. Giro la testa verso destra e apro bocca senza emettere suono mentre lui mi penetra forte da dietro premendomi lo stomaco contro lo specchio appannato. Ogni spinta fa tremare la fotografia incorniciata sopra la vasca dove ridiamo insieme a Capri due estati fa. Spostiamo tutto sul letto matrimoniale disfatto col copriletto arrotolato ai piedi. Lenzuola. Bassetti spaiate mezzo penzoloni dal materasso ortopedico. Io resto in pecorina col cuscino sotto il bacino per sollevare meglio culo e figa gonfia dopo giorni senza toccarci. Lui versa lubrificante a base d'acqua direttamente dalla bottiglietta trasparente sulle mie pieghe umide prima di reinserire cazzo grosso fino ai coglioni facendo sbattere cosce contro glutei sudati. Telecamera mobile tenuta con una mano sola riprende tutto dall'angolo opposto della stanza illuminata solo dalla luce fioca della persiana semiabbassata che filtra dalle finestre affacciate sul cortile interno pieno di biciclette abbandonate negli anni Settanta. Fiato cortissimo esce dalle mie labbra screpolate mentre guardo fisso nell'obiettivo puntandomelo coi mie occhi socchiusi pieni di lacrime trattenute non per dolore ma perché troppo intenso ogni singolo colpo che spacca carne fradicia ormai pronta da ore ad accoglierlo senza resistenza alcuna pur sapendo quanto farà male dopo essersene andato via lasciando solo ricordo caldo tra cosce aperte ancora treman ti ho detto io decido quando accelerare quindi rallenta adesso respira piano finché non annuisco col mento allora torna dentro più forte più profondo finché grido nome vero mai urlato così alto neanche quando partì treno alla Stazione Termini dieci anni fa solo che stavolta nessuno ferma nulla nessuno chiama stop perché sono io quella che tiene controllo totale su ritmo angolazione orgasmo finale lungo pulsante che parte dalla clitoride inturgidita fino a liquefare ossa pelvi reni cuore cervello lingua sapore ferro sangue mestruale misto saliva propria e sperma sparso ovunque compreso cavo del caricabatterie arrotolato casualmente vicino al comodino dove campanella WhatsApp rimane silente bloccata su ultimo messaggio ricevuto ore prima da collega insistente ignorato volutamente perché qui ora niente importa oltre odore muschioso sesso selvatico reciproco consapevole programmabile ripetibile ogni volta che desiderio supera logica quotidiana fatta di caffè riscaldati troppe volte moka stretta sempre sul fornello spento aspettando qualcuno accenda fuoco vero dentro casa vuota.