Mora italiana in pecorina albergo sporco

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Camera d'albergo al secondo piano, persiane di legno semiaperte, luce di mezzogiorno che taglia il parquet consumato. La mora italiana entra con la vestaglia color salvia, la lascia cadere sul letto sfatto. Il telecomando della TV è sul cuscino, schermo nero. Lei si inginocchia, natica tonda in fuori, mani sul copriletto ecru. Lui si avvicina da dietro, cazzo in mano, lo appoggia sulla fessura. Primo ciak, macchina larga fissa. Poi il regista cambia angolo a metà, passa a 85mm aperto a f/2.8 per catturare il primo affondo. Lei geme, spinge indietro, sceglie il ritmo. Sudore sulla schiena, bassi di un motorino sotto le finestre. Ogni spinta fa cigolare la rete, il letto sbatte contro il muro. Angolo OTS sul collo, unti capelli sciolti, labbra semiaperte. Lei afferra il cuscino, unghie nello stoffa. Lui tiene i fianchi, dita nei buchi dei glutei, tira fuori e rientra lento. Poi accelerato. Lei annuisce, dice va, continua. Secondo ciak, stacco netto sul viso, occhi chiusi, mascella serrata. Poi MCU sulle spalle, un neo sotto la clavicola destra. La luce cambia, ombra del ventilatore sul soffitto. Lei guida, muove il bacino, lo prende tutto. Tre telecamere in totale, una sul comodino, una sul treppiede, una hand-held. Il fonico chiede silenzio prima del battito. Lei chiama stop, beve un sorso d'acqua, riparte. Lui sborra dentro, stacco sul respiro pesante. La moka stretta sul fornello, nessuno la tocca. Fine ciak. Lei si alza, piedi nudi sul parquet, va in bagno. La porta si chiude piano. Nessun suono. Solo il ticchettio dell'orologio. Ore una e dodici. Ora di pranzo. Nessuno mangia.