Matrigna in uniforme inginocchiata all'angolo della strada.

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Il lampione giallo illumina il bordo delle sue calze a rete color tabacco. Io mi sistemo la gonna dell'uniforme scolastica blu navy con cravatta rossa prima di abbassarmi. Il telefono giace a terra vicino al marciapiede, schermo acceso con notifica WhatsApp in pausa alle 23, 47 di sabato sera tardi. Respiro profondo. Controllo l'inquadratura della telecamera fissa su treppiede registrava tutto senza tagli e dico sì con gli occhi fissi alla lente. Lui non parla ma ansima forte appoggiato al muro di mattoni sporco. Mi tremano le labbra mentre apro la cerniera dei suoi jeans neri larghi. Il cazzo esce duro. Gonfio. Subito in faccia al primo colpo di polso. Lo prendo in bocca fino in fondo senza esitare, sentendo il sapore metallico della punta umida sfiorare la gola. Succhio piano poi accelerando col naso contro il pube rasato, le mani aggrappate ai suoi fianchi per non cadere all'indietro sui talloni consumati dalle calze rotte dal selciato irregolare del quartiere popolare milanese dove nessuno passa più dopo mezzanotte tranne i tossici e i cani randagi che latrano come se sapessero cosa sto facendo qui fuori vestita da studentessa fingendo disperazione vera mentre invece è solo una parte ben studiata insieme al regista prima dell'inizio delle riprese vere e proprie dove ogni gesto ha un significato preciso come quando ho chiesto io stessa di girare questa sequenza senza luci artificiali usando solo quella del palazzo abbandonato davanti per dare un effetto più grezzo e sporco come piace agli spettatori che cercano qualcosa di vero non costruito ad arte ma spontaneo selvaggio imprevisto anche se ovviamente tutto era pianificato minuto per minuto compreso il momento esatto dello sborrone caldo denso sulla mia guancia sinistra che cola lentamente verso l'orecchio destro mentre chiudo gli occhi perché so che questo ciak andrà bene così com'è preso al volo senza bisogno di rifarlo nemmeno una volta.