Matrigna divorziata infermiera in bagno albergo perversa cavalcata
Bagno di hotel con luci fredde e specchio appannato. La matrigna entra dopo cena, vestaglia color salvia slacciata sui fianchi larghi. I tacchi battono sul gres porcellanato mentre si china verso il lavabo per controllare lo specchio. Lui arriva dal corridoio con la camicia mezza sbottonata e fiato corto. Lei non dice nulla ma indica il pavimento con un cenno del mento - lui obbedisce subito e si siede tra le piastrelle fredde e la parete laterale del box doccia aperto. Lei sale sopra lentamente, gambe muscolose da infermiera che hanno girato pazienti per vent'anni, ginocchia larghe appoggiate ai sanitari bianchi sporcati dal calcare vecchio dei rubinetti mal puliti. Il cazzo entra senza fretta ma spinge forte quando lei decide di abbassarsi tutta d'un colpo sulla figa stretta bagnata fino alle nocche delle dita che graffiano le piastrelle verticali per tenersi ferma durante la penetrazione profonda che fa tremare l'appendino porta-accappatoi accanto alla finestra dove le persiane di legno scrostate lasciano entrare la luce beige cipria del tramonto romano filtrando dai vetri opachi della stanza numero sei dell'ultimo piano dell'hotel economico vicino Termini dove i rumori dei treni arrivano attutiti dalle tende pesanti tirate male da chi è partito in fretta quella mattina stessa prima delle dieci senza pagare il supplemento colazione perché non servono caffè decenti nei bar sotto i binari centrali della stazione più trafficata d'Italia dove migliaia di persone transitano ogni giorno ignare di quello che succede nelle stanze buie al secondo piano illuminate solo dalla lampada da comodino spenta e dal neon intermittente del bagno acceso fin dall'inizio della ripresa presa al primo ciak grazie alla lente 85mm aperta a f/2.