Divorziata in vestaglia ruggine guida il ritmo
La vestaglia color ruggine scivola giù dalle spalle mentre appoggio la fronte al vetro della finestra. Lo scooter sotto le finestre fa rumore, qualcuno lo accende, poi si spegne. È tarda mattinata, la luce è piatta, taglia il salotto in due. Sento il suo fiato sul collo prima ancora di vederlo nello specchio. Mi afferra i fianchi, le dita scavano nella carne, non mi giro. Il lavalier nascosto sotto il reggiseno registra ogni respiro, ogni sfregamento di tessuto. La cinepresa fissa in 85mm aperto a f/2.8 prende tutto, la pelle d'oca, il polso che pulsa sulla clavicola, il modo in cui trattengo il fiato quando mi sfiora il culo con la cerniera. Poi mi spinge sul letto matrimoniale, lenzuola di cotone Bassetti spaiate, una piega che mi segna la coscia. Non è dolce, non è lento. Io decido quando rallentare. Alzo un ginocchio, lo guido dentro. Il ritmo è mio. Orecchini a cerchio dorati sbattono contro il comodino. Sudore sulla spalla, bassi attraverso il muro, la mano di lui alla gola. Io annuisco. Lui capisce. Cambio posizione, mi metto sopra, controllo l'angolazione. Il telefono vibra sul tavolo, notifica WhatsApp in pausa. Non rispondo. Non ora. La vestaglia finisce per terra, il perizoma nero si strappa. Non importa. Quando viene, lo tengo fermo. Faccio io il primo piano. Poi resto seduta, gambe aperte, respiro pesante. Nessun sorriso. Solo calma. Solo fiato. Solo calore che svanisce piano. Sapore di sale. Brivido lungo la schiena. Fine ciak. Io scelgo quando finisce. Io scelgo sempre. Mi alzo. Apro la finestra. Accendo una sigaretta. Fumo. Guardo fuori. Tutto fermo. Tutto mio.