Divorziata in bagno dopo la doccia pompino
Domenica mattina. Bagno con piastrelle bianche e grigie, luce naturale tagliata da un softbox a 45 gradi che sfuma l'ombra sul muro. La divorziata esce dalla doccia, gocciolante, avvolta nella vestaglia color salvia aperta sul davanti. I capelli bagnati le incollano la nuca. Si china sul lavandino, spinge indietro i fianchi, lo prende in bocca senza preliminari. Lui appoggia le mani al marmo, testa all'indietro. Lei regge il ritmo con la gola, occhi fissi allo specchio. Un anello d'argento al dito medio batte contro la ceramica ogni volta che si china. Il respiro si spezza in piccoli rantoli. La macchina fissa da OTS, poi il regista cambia angolo a metà, passa a un primo piano ravvicinato sulle labbra distese. La luce del bagno si mescola al riverbero della candela accesa sul comò in camera, visibile attraverso la porta aperta. Lei interrompe, si passa la lingua sul labbro superiore, sputa un filo di saliva. Lui cerca di spingere, ma lei lo ferma con una mano sul petto. Lei sceglie il ritmo. Riprende più lenta, succhia con pressione costante. Il fonico chiede silenzio prima del battito. Sul tavolo della cucina, la moka stretta sul fornello fischia da tre minuti. Nessuno ci va. Sudore sulla tempia di lui, untre dita che afferrano i capelli di lei. Lei si stacca, ansima, guarda l'obiettivo. Fine primo ciak. La vestaglia le scivola da una spalla. Silenzio. Poi un sospiro. Lei annuisce. Proseguono. Il cielo fuori è grigio chiaro. Nessun rumore oltre al gocciolio della doccia. Lei si inginocchia. Le calze a rete si arrotolano alle caviglie. Lui sborra sulle piastrelle. Lei non si muove. Resta in posizione. Il lavalier nascosto sotto il reggiseno capta ogni ansimo. Fine secondo ciak.