Uniforme giapponese selvaggia nel bagno stretto

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Bagno minuscolo con piastrelle opache e luce calda da lampada da comodino posata sul serbatoio dello sciacquone. Io resto inginocchiata sul bordo del water, le scarpe ancora addosso, gonna sollevata sui fianchi. Lui si appoggia al lavandino, mani aperte sul marmo freddo mentre io slaccio i bottoni della camicetta dell'uniforme giapponese uno a uno senza fretta. Il lavalier nascosto sotto la camicetta registra ogni respiro rotto che gli esce dalla gola. Prendo il cazzo in mano, duro subito come cemento sotto le dita. Lo infilo in bocca senza preavviso, fondo fino a far lacrimare gli occhi. Sento il sapore metallico della punta premere contro la base della lingua. Orecchini a cerchio dorati mi ballano ai lobi ogni volta che scatto la testa indietro. Perizoma ecru in pizzo macramé fruscia tra le cosce quando mi sistemo meglio sulle piastrelle fredde. Lui prova ad afferrarmi i capelli ma io allontano la sua mano con un cenno secco - qui comando io. Domani è domenica mattina ma non me ne fotte un cazzo di colazione o messa delle undici. Lenzuola Bassetti spaiate marciano ancora sulla stuoia nell'altra stanza dove abbiamo girato prima due scene di scopate veloci al buio. Adesso però è tutto su di me, movimenti secchi, guance incavate, saliva che cola lungo le labbra screpolate dal rossetto sbiadito dopo ore di riprese continue senza acqua né pause vere, proprie tranne quella sigaretta fumata fuori dalla finestra socchiusa alle tre del pomeriggio mentre aspettavamo l'operatore luci tornasse dal bar con caffè per tutti quanti noi attorno allo schermo di controllo spento perché avevano staccato temporaneamente corrente per errore tecnico mai chiarito completamente nemmeno dopo aver chiamato assistenza locale.