Giapponese e thailandese insieme nell'alba milanese

1 visualizzazioni 15:00 Asiatiche
(0)
Monolocale stretto al secondo piano di un palazzo anni Settanta con persiane di legno scrostate che lasciano filtrare l'alba grigiastra tra le grate esterne. Pavimento in linoleum freddo con una macchia d'acqua secca sotto la finestra socchiusa dove pende un cavo del caricabatterie arrotolato attorno al termosifone spento. Sul comodino di formica laccato nero una tazza mezza piena di caffè freddo accanto a una scatola di fiammiferi mezza vuota con i bastoncini sparsi come stecche rotte. La giapponese distesa sul materasso basso senza rete ha le cosce larghe appoggiate ai talloni della thailandese che domina dall'alto in vestaglia color salvia slacciata fino all'ombelico mostrando seni sodi con capezzoli scuri tirati verso l'esterno dalla pressione delle dita che li torcono piano. Il respiro della donna sotto accelera quando l'altra preme col bacino in avanti aprendosi ancora di più con un gemito strozzato che esce dalle labbra umide incollate al collo dell'amante. Telecamera fissa a tre metri puntata dal basso con obiettivo 85mm aperto a f/2.8 per isolare i corpi contro lo sfondo sbiadito delle piastrelle bianco ecru coperte da uno strato sottile di polvere oleosa visibile solo nei riflessi laterali della lampadina nuda protetta da una gabbia metallica cromata appesa al soffitto inclinato della mansarda. Ogni spinta produce un rumore molle e ripetuto di carne bagnata che rimbalza sui muri rivestiti in compensato acustico mal isolato mentre fuori passa uno scooter rombante seguito subito dopo dal tintinnio dei vetri tremanti nelle intelaiature vecchie. Il fonico chiede silenzio via radio prima del climax ma nessuno risponde perché entrambe sono concentrate sulla sincronia dei fianchi ormai fuori tempo rispetto alla musica ambientale messa troppo piano per essere udita davvero nell'appartamento male insonorizzato dove manca perfino la porta interna tra cucina e soggiorno e dove sulla mensola sopra il lavandino sporco campeggia una moka stretta sul fornello spento da ore ormai fredda come le mutande strappate gettate a terra vicino ai sandali rovesciati vicino alla libreria zeppa di romanzi Haruki Murakami letti solo nella prima decina di pagine ognuno fermati da segnalibri piegati male usati come promemoria mai completati perché distratte sempre allo stesso punto preciso dove qualcosa dentro si spegneva improvvisamente impedendo loro di andare oltre così come ora non riescono a fermarsi neanche volendo tanto forte è la presa delle mani della thai sulla clavicola sinistra della nipponica che ansima cercando aria tra i denti serrati mentre muove lentamente la testa da destra a sinistra indicando stop ma poi richiude gli occhi e dice basta così però continua ad aprire le gambe ancora più larghe permettendo all'altra di affondare più duro ogni volta col bacino sudato lucido riflesso nel piccolo specchio ovale appeso storto sulla parete opposta dove si vede anche lo sgabello su cui siede immobile lui senza intervenire né parlare né toccarsi semplicemente presente come testimone muto dello spettacolo privato organizzato senza bisogno del suo cazzo finalmente ridimensionato al ruolo marginale che gli compete ormai da mesi forse anni forse fin dall'inizio quando tutto era ancora possibile invece ora guarda soltanto imparando cosa significa davvero vedere.