Uniforme filippina alba albergo crema interna

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Ho ancora il sapore del caffè amaro in bocca mentre mi tolgo le scarpe coi tacchi alti. La stanza d'albergo ha quella luce opaca dell'alba romana filtrata dalle tende pesanti. Il telefono in carica sull'armadio lampeggia con una notifica WhatsApp in pausa - qualcuno cerca di chiamare ma io non rispondo. Indosso l'uniforme della receptionist filippina, gonna blu scura troppo corta, camicetta bianca abbottonata male dopo il turno di notte. Mi guardo allo specchio. Vedo. Gli occhi lucidi, le labbra gonfiate dal morso precedente. Io decido quando viene il momento giusto per far partire tutto - non aspetto segnali da nessuno. Slaccio due bottoni della camicetta e lascio che cada sul pavimento freddo del bagno dell'hotel economico vicino Termini. Poi vengo verso il letto dove sei già disteso col cazzo duro fuori dai boxer neri logori. Ti prendo la mano e te la premo sulla mia figa attraverso il perizoma verde acqua - umido già da prima che tu mi tocchi davvero. Lo sento caldo subito contro le mutande, quel tipo di calore che pulsa anche se non dici nulla. La cinepresa fissa nell'angolo registra tutto con un obiettivo 85mm aperto a f/2.8 - nitidezza totale sui capezzoli turgidi quando me li strofino col dorso delle mani. Il microfono lavalier nascosto sotto il reggiseno cattura ogni respiro spezzato mentre ti cavalco piano all'inizio, muovendomi sui fianchi stretti. Sudore tra le scapole, lenzuola spaiate macchiate da altri ciak precedenti. Cambio posizione, tu dietro, ginocchia piegate, mani ferme sui miei fianchi ossuti. Ogni spinta è più profonda della precedente fino a che non urlo senza voce guardando fuori dalla finestra sporca dove un tram sferraglia alle prime luci. Tu sborri dentro forte dopo avermi tenuta ferma per la gola morbida - piena pancia calda alla fine esatta che avevo chiesto.