Studentessa in salotto con uniforme blu polvere
Domenica mattina. Salotto stretto, luce calda da lampada da comodino, tende di tela grezza semiaperte. Lei entra con l'uniforme scolastica, gonna blu polvere, camicia bianca leggermente sbottonata. Si siede sul divano, orecchini a cerchio dorati che oscillano. La cinepresa fissa da tre angoli, 85mm aperto a f/2.8 sul primo piano. Lei slaccia il bottone della gonna, dita ferme, sguardo fisso all'obiettivo. Lui entra in campo, si inginocchia, le bacia l'interno coscia. La luce chiave da sinistra, rimbalzo su pannello bianco, riempimento negativo. Lei sceglie il ritmo, guida la mano di lui sotto la stoffa. La gonna scivola a terra, calze autoreggenti 70 denari. Il regista cambia angolo a metà, passa a dolly laterale. Pelle contro pelle, respiro accelerato. Si spostano sul pavimento, lui sopra, movimento lento, spinte profonde. Sudore sulla fronte, collo, clavicole. Le dita di lei afferrano il bordo del tappeto. Una tazzina di caffè freddo sul tavolino, accanto a un cellulare con notifica WhatsApp in pausa. La luce si spegne un attimo, poi torna, più calda. Lei solleva i fianchi, guida il ritmo. Controluce dal corridoio, silhouette marcata. La moka stretta sul fornello fischia piano in sottofondo. Tre ciak, preso al secondo. Lei chiude gli occhi, apre la bocca, emette un suono secco. Lui sborra dentro, si ferma, la guarda. Silenzio. Il fonico chiede silenzio prima del battito. Lei si sistema i capelli, sorride appena. La scena finisce con il primo piano del polso, smalto rosso scheggiato, appoggiato sulla stoffa blu piegata. Nessuna parola. Solo il rumore della strada fuori. Un campanello. La luce del pomeriggio che entra piano.