Giapponese sola dopo doccia in hotel panna
Io sento il calore che mi sale dalle cosce mentre mi guardo allo specchio appannato dopo la doccia calda. Gocce d'acqua scivolano lungo le clavicole, tra i seni piccoli e sodi coperti solo da un perizoma in pizzo macramé bagnato trasparente. La stanza sa di sapone al riso, umidità trattenuta nelle piastrelle fredde del bagno d'hotel. Torno in camera da letto lentamente, piedi scalzi sul parquet consumato dalla luce della tarda mattinata che filtra dalle tende semiaperte color panna. Mi siedo sul bordo del materasso sfatto dove c'è un cuscino di velluto stropicciato ancora piegato di lato come se qualcuno ci avesse dormito sopra poco fa. Le mie mani scendono subito tra le gambe attraverso la stoffa fradicia mentre penso ai suoi occhi addosso anche se non c'è nessuno qui ora tranne me e la cinepresa ferma su treppiede col suo occhio nero puntato dritto sulla figa gonfia che palpita già senza fretta ma precisa come un metronomo interiore. Indosso orecchini a cerchio dorati che oscillano ogni volta che muovo la testa all'indietro gemendo piano col fiato corto dentro il microfono lavalier nascosto sotto il reggiseno strappato via pochi minuti fa prima della ripresa vera e propria presa al primo ciak senza montaggio successivo perché io decido quando accelerare e quando fermarmi secondo i miei tempi non quelli imposti dall'esterno così tiro fuori due dita bagnate fino alle nocche spalancando le ginocchia mentre apro gli occhi fissando direttamente nell'obiettivo 85mm aperto a f/2.8 che coglie ogni spasmo involontario dei muscoli interni contratti dal piacere autentico mai recitato mai simulato mai forzato soltanto sincero crudo vero reale come la moka stretta sul fornello spento da ore nella cucina accanto piena di silenzio rotto solo dai bassi attutiti delle camere vicine.