Albergo notturno mora minuta missionario ruvido

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Albergo notturno, stanza 307, luce verde acqua dal neon del bagno socchiuso. La mora minuta siede sul bordo del letto, vestaglia color salvia aperta sulle cosce. Il tappeto sintetico trattiene il calore del corpo, un bicchiere d'acqua mezzo pieno trema sul comodino a ogni colpo. Lui si inginocchia, la sdraia con una spinta al petto, inizia il missionario con i fianchi bassi e il cazzo pieno dentro. Lei afferra le sbarre di ferro della testiera, le unghie scheggiate battono sul metallo laccato. Sudore tra le scapole, respiro corto, lui le morde un capezzolo mentre spinge più forte. La telecamera fissa dal comodino, 85mm aperto a f/2.8, diffusione 1/4 sul primo piano. Lei gira la testa verso l'obiettivo, dice piano vai più forte, ma tiene il ritmo con le mani sui fianchi di lui. Lui estrae, la gira a quattro zampe, entra di nuovo con un colpo secco. Il letto cigola, la notifica WhatsApp in pausa sul cellulare illumina il pavimento. Una ciocca di capelli neri incollata alla tempia, le calze a rete strappate all'inguine. Lui le tiene la nuca, spinge fino in fondo, sborra dentro con un gemito strozzato. Lei scivola sul petto di lui, ansima, chiude gli occhi. Il lavalier nascosto sotto il reggiseno cattura ogni respiro. Martedì pomeriggio, ore 15, 42, nessuno parla. La vestaglia finisce a terra, macchiata di saliva, lubrificante a base d'acqua. Lei sceglie il ritmo, si alza per prima, va in bagno. La porta si chiude piano. Lui resta sdraiato, lo sguardo al soffitto screpolato. Il neon verde trema ancora. Nessun suono, solo il ronzio del frigo in corridoio. Sudore sulla spalla, bassi attraverso il muro, la mano di lui alla gola. Lei annuisce.