Studentessa in pecorina su lenzuola verdi acqua
Ho lo smalto rosso scheggiato sulle dita dei piedi, le ginocchia affondate nel materasso sfatto. Il ventilatore acceso a velocità due muove appena i capelli sul collo. Domenica mattina, luce grigia da persiane semiaperte, il telefonino vibra sul comodino con una notifica WhatsApp in pausa. Io sono a cavalcioni su di lui, schiena dritta, i seni che ballano a ogni colpo. La macchina fissa inquadra da sotto con un 85mm aperto a f/2.8, prende ogni scossa. Sudore tra le scapole, fiato corto, sento il cazzo gonfiarsi dentro mentre accelero. Lui mi afferra i fianchi, ma io decido quando accelerare. Poi mi ribalta, mi piega in avanti, mani sul muro. Pecorina dura, spinte secche, il letto batte contro la parete. Il lavalier nascosto sotto il reggiseno cattura ogni ansimo, ogni gemito strozzato. Le lenzuola verdi acqua si attorcigliano alle caviglie. Sento il calore salirle lungo la schiena, un brivido alla nuca. Lui viene senza avvertire, sborra calda sulla coscia interna. Io mi giro, mi alzo in piedi, lo guardo mentre mi pulisco con la vestaglia abbandonata. Nessuno parla. Solo il rumore del ventilatore, il respiro pesante, il silenzio dopo. Fiato in gola, labbra umide, sapore di sale. Un'ombra sul soffitto si muove piano. Io mi sistemo i capelli, senza fretta. La telecamera continua a girare. Nessuno ha detto stop. Io scelgo quando finisce. E quando ricomincia. Sudore sulla spalla, bassi attraverso il muro, la mano di lui alla gola. Lei annuisce. Io annuisco. Io decido. Io sento. Io sono qui. Ogni volta. Ogni ciak. Ogni respiro. Ogni spinta. Ogni sborrata. Ogni silenzio. Ogni sapore. Ogni fiato. Ogni brivido. Ogni calore. Ogni sguardo. Ogni scelta. Ogni volta.