Matricola universitaria disperata nel suo primo appartamento
Secondo piano di un appartamento condiviso vicino all'università. Persiane di legno scrostate lasciano filtrare la luce fioca del tramonto romano. La matricola entra dalla porta con lo zaino ancora in spalla, maglietta bianca bagnata sulla schiena per il caldo afoso di giugno. Butta le chiavi della Vespa sul tavolo accanto al posacenere di vetro pieno di mozziconi spenti da ore - venerdì sera senza progetti fissi. Si sfila gli orecchini a cerchio dorati uno alla volta, li appoggia sulla mensola dello specchio incrinato. Respira profondo davanti alla finestra socchiusa dove sale odore di asfalto surriscaldato e caffè bruciato dalla moka stretta sul fornello da troppo tempo. Il telefono vibra - notifica WhatsApp in pausa - ma non risponde. Si siede sul materasso nudo, lenzuola arrotolate ai piedi come se fosse già stato provato tutto prima delle otto di sera. Le mani salgono lungo le cosce sotto la gonna corta dell'uniforme scolastica falsa comprata online per sentirsi più vecchia in città nuova. Il primo piano ravvicinato cattura ogni micro-espressione attraverso l'85mm aperto a f/2.8 - occhi lucidi che cercano qualcosa che non hanno nome né numero da chiamare stanotte. Lei sceglie il ritmo fin dall'inizio, nessun affanno imposto. Il regista cambia angolo a metà, passando dallo stacco alto al fuoco manuale sulla figa tesa sotto il cotone umido. Ogni movimento è misurato ma urgente, come se dovesse dimostrare qualcosa a sé stessa prima che arrivi qualcuno. Sudore sulla clavicola sinistra, bassi attutiti dal muro divisorio, la mano destra tra le labbra gonfie mentre la sinistra tiene ferma la cinepresa immaginaria puntata su quel centro pulsante color ruggine. Non urla. Non piange. Solo respiri lunghi spezzati da gemiti brevi trattenuti nei denti serrati.