Costume rosa antico strappato al bordo piscina
Acqua clorata riflette luci basse oltre le persiane di legno scrostate del terrazzo condominiale. Lei in piedi sul bordo, gambe tese, costume intero rosa antico tirato sui fianchi stretti. Io sto sotto con la cinepresa immersa fino alla cintola - ottanta cinque millimetri aperto a f otto virgola otto per isolare i capezzoli duri contro il tessuto bagnato. Il fonico chiede silenzio prima del battito ma nessuno risponde perché ormai è tutto fuori sincrono tranne i respiri spezzati dietro la maschera da sub abbandonata vicino ai gradini della piscina. Lei si china avanti. Urla. Qualcosa che non arriva ai microfoni ma vediamo le labbra aprirsi come se dovesse mordere o pregare poi decide lei stessa quando abbassarsi lentamente facendosi entrare dentro centimetro per centimetro senza fretta senza sconti senza guardarmi negli occhi neanche una volta. Sudore sulla fronte cola giù tra le sopracciglia incollando ciuffi biondi al vapore dell'estate romana dopo mezzanotte passata quando i vicini dormono, gli insetti muoiono nelle lampade al neon del cortile sottostante. Ogni movimento è calcolato ogni gemito filtrato attraverso denti serrati mentre tiene i palmi piatti sulle mie cosce come fossero comandi manuali di profondità massima raggiunta durante immersione prolungata senza bombola né salvagente né permesso scritto però firmato col sangue delle gengive rotte dal morso finale quando sborra fuori sulla pancia contratta e lei pulisce col dorso della mano sporca di terra e sale marino mista a crema solare vecchia di tre giorni lasciata nel cestino dei costumi usati accanto alla lavatrice rotta dell'appartamento al secondo piano dove vive da sola da quando ha cambiato nome sul citofono ed eliminato tutte le foto dai social tranne quella col cane bastardo randagio trovato in spiaggia un sabato sera qualsiasi.