Studentessa asiatica in bagno con due amici

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Lavandino sporco di dentifricio e capelli umidi incollati alla nuca. La studentessa esce dalla doccia con l'uniforme già addosso, gonna corta appiccicata alle cosce, camicetta trasparente bagnata fino ai capezzoli duri sotto l'ottanio della lampada da comodino accanto al water. Orecchini a cerchio dorati dondolano quando china il collo verso lo specchio per sistemarsi la cravatta nera annodata storta. Il vinile fermo sul giradischi nell'altra stanza vibra appena al passaggio dei bassi filtrati dal muro sottile del monolocale stretto al secondo piano di un palazzo romano senza ascensore. Mattina presto - fuori piove piano e la moka stretta sul fornello gorgoglia da dieci minuti senza che nessuno vada a spegnerla. I due ragazzi entrano scalzi col telefono ancora acceso in mano, uno ha i jeans slacciati dall'uscita notturna precedente, l'altro indossa solo una canotta sudata, mutande boxer logore ai bordi elastici ingrigiti dal tempo e dai lavaggi sbagliati. Lei si volta lentamente verso di loro senza fretta né sorpresa reale - sapeva sarebbero arrivati - e abbassa le mutandine dell'uniforme con entrambe le mani tenendo gli occhi fissi sulla porta chiusa come se controllasse che nessuno possa aprirla durante il ciak successivo o interrompere ciò che decide lei dovrà succedere adesso qui dentro. Tre macchine fisse puntate, una wide angle da sopra lo scarico della vasca piena d'acqua grigiastra mista a sapone rosa sciolto, un'altra su cavalletto vicino al bidè impostata su ottanta cinque millimetri aperto a f otto virgola otto per cogliere ogni micro-espressione delle labbra tirate all'indietro mentre geme forte ma non urla mai perché trattiene tutto dentro come richiesto dal copione concordato prima dell'inizio delle riprese vere. Il terzo operatore tiene una steadicam leggermente oscillante lungo il bordo esterno del box doccia per registrare i movimenti sincopati dei fianchi quando viene presa contemporaneamente da entrambi gli uomini uno davanti uno dietro posizione complicata ma stabile grazie ai segni col nastro adesivo chiaro lasciato ieri sera durante la ricognizione dello spazio. Sudore sulla fronte mischiato all'acqua calda residua del getto intermittente ancora attivo anche se spento male dalla manopola rotta. Lei sceglie il ritmo muovendosi avanti indietro tra i corpi maschili ansimando brevemente tra un respiro profondo e un gemito strozzato controllato perfettamente visibile nella second take dove il regista cambia angolo a metà senza dare indicazioni verbali ma soltanto alzando tre dita verso l'elettricista accucciato vicino alla presa principale vicino allo scaldabagno rumoroso. Un cambio d'abito è pronto piegato su una sedia impilabile insieme alle scarpe basse coi tacchetti consumati dal camminare veloce nei corridoi lunghi della facoltà universitaria dove studia letteratura giapponese moderna stando seduta sempre all'estremità sinistra del banco centrale terza fila partendo dal fondo. Nessun dialogo vero pronunciato oltre qualche daje gutturale proveniente dal ragazzo più alto che tiene le mani serrate intorno ai polsi fragili della ragazza inchiodandoli al muro piastrellato freddo mentre sborra dentro con uno spasmo prolungato subito seguito da un silenzio improvviso rotto soltanto dal ticchettio meccanico del disco bloccato nel giradischi abbandonato ore fa dopo aver ascoltato tre brani consecutivi dello stesso album indie rock milanese degli anni duemila.